Riccardo III

«Riccardo è un capro espiatorio, l’erede di una dinastia di malvagi sanguinari che, rispetto agli altri, è più feroce, più astuto perché non ha nulla da perdere; è deforme, brutto, non può agire nel campo della bellezza e dell’armonia e dunque si concentra sull’idea del possesso, del potere». Così Michele Sinisi presenta il suo antieroe shakespeariano, in scena a Roma al Rialto Sant’ambrogio, con un efficiente monologo, quello del protagonista stesso che è poi la parte più significativa dell’opera e nel quale l’attore riversa tutta la coscienza di uomo e il suo percorso d’artista: «…la densità della scena è data dalla nostra stessa vita e dagli accadimenti che segnano un percorso di allestimento. È quella che dobbiamo metterci dentro, per restituire verità, la nostra, alla messa in scena.»

Now è la parola che apre il monologo, portandosi dietro lo spettacolo con una forza efferata. Fa sì che un mondo insolito e sconosciuto si crei a partire dal testo continuamente ripetuto e concentrato su se stesso, scaldandosi tra i rumori e le grida nello spazio presente e non più mitico della irreale verità scenica, nel momento stesso in cui lo percepiamo, appunto ora. La parola santa e maledetta da cui non si può più tornare indietro. Il presente senza preamboli, come l’odore martellante della bomboletta che pervade la scena nuda, la luce da sala operatoria e il sangue cancellato dell’opera dipinta. Le altre parole sono il di più di uno spettacolo impronunciabile, sono personaggi ordinati intorno al caos e per di più svuotati di funzione logica, non essendo pronunciate in lingua italiana: «La scelta dell’inglese – spiega Sinisi – segue questa scommessa di non raccontare una storia ma di viverne esclusivamente le motivazioni e le conseguenze fisiche ed emotive su una segnata presenza di dinamiche sensoriali: odori, oggetti che arrivano al pubblico e vista di segni fortemente pittorico-figurativi e suoni improvvisi, violenti e musicali come nel caso del testo che qui trova un rapporto orizzontale col tutto. Il testo in inglese non ha un’azione logica ma empatica tanto quanto tutto il resto, sta in mezzo alla scena e contribuisce sullo stesso piano a costruire il mondo mitico di Riccardo III. »

Questo povero re, deformato, incompiuto, finito a metà. Uomo rude e privo di ogni bella proporzione – tutta colpa della natura ingannatrice! – che dissolve la propria anima zoppicando instancabile sulla scena, ha in realtà tutta la bellezza amara del corpo disumanizzato e superstite ma che, impotente nel suo eccesso di potere, eleva la vita per il semplice fatto di legittimarla alla morte. Una ricerca quindi più che uno spettacolo, un’annunciazione interiore arrivata dopo diversi anni che, come dice l’autore: «All’inizio prevedeva 13 attori attorno ad un tavolo e nel percorso di allestimento cercavo di rendere “reali” le emozioni che quel testo suggeriva attraverso i fatti che narrava. Poi, di fronte alla finzione del teatro, la vita è venuta a prendermi a schiaffi, svegliandomi da quel mio tentativo presuntuoso e superficialmente occidentale, spesso corredato di inutile accumulo. In quel momento decisi di congelare il progetto per riprendermi dai fatti reali. Dopo 4 anni ho deciso di riaprire quella porta e di stare da solo in scena a rimettere tutto sulle tavole al punto da far diventare quei fatti la vera necessità.»

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