Avemmaria

L’attore è solo, i suoi piedi nudi – seduto a un lato della scena – in un punto preciso, perché esattamente in quel punto per più e più volte arriverà a lui una luce – lei – Ave, o Maria.

Siamo nel profondo sud – in una stanza che possiamo immaginare casa, manicomio o prigione – dove quest’uomo – dal forte accento calabrese, appartenente alla parte bene della società e di cui non conosciamo né il nome e né l’età – si racconta e ci racconta di come la sua vita, improvvisamente, sia cambiata entrando a contatto con la malavita del posto.

Il tremolio della sua mano e il suo sguardo perso verso un punto indefinito identificano il timore e la frustrazione di una vita cambiata forse troppo in fretta, senza una piena realizzazione o consapevolezza delle dinamiche scelte o subite. Lo sguardo è vivo solo quando l’interlocutore dell’uomo è la Madonna – madre o anima –  per annebbiarsi immediatamente  quando il fulcro del racconto sono i fatti accaduti, la gente, il prete e la famiglia.

Una società annichilita dalla ‘ndrangheta è quella che ci descrive Emilio Nigro senza nessun appunto nuovo o particolare, ma per raccontarci e mettere in luce – dal di fuori, da un altrove – quegli elementi di cui sempre bisogna tenere memoria e che appartengono concretamente a queste terre.

Marianna Zito

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