“Il Teatro Che Cresce“ è inteso nella doppia accezione di un fenomeno che cresce in città e che allo stesso tempo fa crescere chi lo vive. La rassegna vuole far crescere la cultura teatrale in città, favorendo l’incontro tra teatro e cittadini, tradizione e innovazione, artisti emergenti e compagnie affermate. Gli spettacoli in rassegna sono pensati per coinvolgere pubblici diversi: bambini, bambine, ragazzi, ragazze e adulti. Gli spettacoli KIDS si rivolgono soprattutto ai più piccoli.
Il teatro che cresce, è organizzata da IAC Centro Arti Integrate con il sostegno del Ministero della Cultura, della Regione Basilicata e del Comune di Matera.
Calendario adulti
16 gennaio ore 20:00 – “Come noi” | 70 minuti | Età dai 14 anni+ | Palinodie
24 gennaio ore 20:00 – “La cara dei vecchi” | 70 minuti | Progetto Nichel
30-31 gennaio ore 20:00 | 1 febbraio ore 18:00 – “Non mi è mai morto nessuno” | 60 minuti| Età dai 16 anni+ | PIÈFFE
20 febbraio ore 20:00 – “Molto dolore per nulla” | 60 minuti| Età dai 14 anni+ | Luisa Borini
13 marzo ore 20:00 – “La partita non è ancora finita” | 65 minuti| Età dai 16 anni+ | On Art
18 aprile ore 20:00 – “Elsa Morante un canto per gli ultimi” | Età dai 14 anni+ | Teatro Nucleo
8-9 maggio ore 20:00 – “Antigone – Esercizi di democrazia” | 60 minuti | Età dai 16 anni+ | IAC
Calendario KIDS
8 febbraio ore 18:00 – “Augusto Finestra” | 50 minuti | Età 6–10 anni | Compagnia Enrico Lombardi/QuintaParete
1 marzo ore 18:00 – “Per un raperonzolo” | 55 minuti | Età dai 5 anni+ | Cattivi Maestri Teatro
Informazioni utili
Ingresso: Intero 8€ | Ridotto (under 18) 5€
Il botteghino apre mezz’ora prima dello spettacolo.
È consigliata la prenotazione: inviare un messaggio whatsapp al numero +39 3274095384 (IAC) indicando nome, cognome, numero di spettatori, titolo e data dello spettacolo.
IAC in Via Casalnuovo 154, Matera.
Come noi
Drammaturgia di Verdiana Vono | Regia di Stefania Tagliaferri | Con Silvia Pietta | Produzione Palinodie
Lo spettacolo è un monologo e si struttura come una partitura a tre personaggi di cui si intuiscono i legami e le anime. Gloria, la protagonista, porta in scena una storia che non è speciale, non è romanzata, ma è cruda, drammatica e ha in sé il germe della banalità del male. L’intento del lavoro è esporre senza giri di parole il percorso psicologico della violenza domestica. Lo scavo è chirurgico e non cede a facili semplificazioni.
Come noi è anche un ribaltamento di pensiero, Gloria, la protagonista, è vittima di violenza ma non è una donna debole, non è fisicamente minuta o fragile, non è disoccupata, non è un’immigrata, non vive ai margini del disagio e della società. Eppure è una donna vittima di violenza. Dicendo le parole e modificando lo spazio, le protagoniste, con una forza gigantesca, che si rifà al tragico più antico, attivano un processo di liberazione e insieme cambiano un pezzo di realtà. Un pezzo. Quello che resta è tanta rabbia e un grido d’azione, rivolto al pubblico e alla società, che insieme facciano il resto.
Come noi è un manifesto di liberazione.
È un affondo in un abisso oscuro, in cui ancora parte della società si rifiuta di guardare, frapponendo il filtro del caso di cronaca. La storia di Gloria è la storia di tante donne. La storia di Elena, la sua avvocata, è la storia di tante donne. La storia di Stella, la figlia di Gloria, sarà la storia di tante donne.
La cara dei vecchi
Testo di Elvira Buonocore | Regia di Pino Carbone | Con Anna Carla Broegg | Musiche Antonio Maiuri e Marco Messina | Spazio scenico e costumi Pino Carbone | Organizzazione Maria Pia Valentini | Tecnico del suono Francesco Troise
Una co-produzione Teatro Libero Palermo e FondazioneLuzzati/Teatro della Tosse
È la storia di una giovane donna sui trent’anni che vive in casa con i due nonni. L’accudimento e la cura scandiscono le ore, le giornate, i desideri. In scena la donna dialoga con un film che racconta la sua esistenza. Si sente una spettatrice ma è la protagonista. Ha una missione: descrivere e intanto sonorizzare il film con i pochi mezzi che possiede — una console, tre microfoni, i suoi dubbi, l’oggettistica e un forte senso di colpa e di frustrazione non privo di ironia. Non può fermare o interrompere o deviare il corso degli eventi; deve anzi portare avanti il film, costruire lo spettacolo scena per scena, seguendo il ritmo di ciò che vede.
È la storia di una solitudine capace di raccontare un conflitto familiare, generazionale, sociale. Fino a che punto il peso di una generazione può ricadere sulle spalle di un’altra generazione? Fin dove può spingersi un essere umano per l’altro? L’amore, il senso di responsabilità, la cura possono diventare una gabbia?
La lotta tra l’etica e l’amor proprio spinta fino a un limite, fino a un punto di rottura che sa di rivolta personale e generazionale.
Non mi è mai morto nessuno
Drammaturgia e regia di Romina Presicci | Interpretazione di Marco Fabrizi | Sound Design di Pierdomenico Niglio | Produzione PIÈFFE
Cosa succederebbe se un personaggio di fantasia approdasse nella realtà e si rivolgesse a noi per chiederci aiuto?
“Non mi è mai morto nessuno” è la storia di Alfredo, un giovane operatore funebre che si ritrova a dover gestire da solo l’allestimento della camera ardente di un noto attore appena scomparso. Quella mattina, Alfredo è rimasto bloccato in ascensore con la figlia del defunto e non è riuscito a consolarla quando lei ha iniziato a piangere.
Questo incontro lo scuote profondamente, facendolo riflettere sul suo distacco emotivo dal dolore. Mentre prepara la sala, Alfredo trova nel pubblico l’unico confidente a cui può rivolgersi, interagendo con esso come se cercasse risposte sincere a domande inquietanti. Il suo atteggiamento dissacrante verso la morte, si svela attraverso un flusso di pensieri e ricordi, che affiorano imprevedibili, rivelando la sua solitudine e le esperienze che l’hanno plasmato.
Augusto Finestra
Scritto e diretto da Enrico Lombardi | Con Alice Melloni | Produzione Compagnia Enrico Lombardi/Quinta Parete
Un campetto da calcio. Una panchina. Un bambino siede strimpellando una piccola chitarra. Aspetta gli altri bambini per giocare con loro. Quando questi finalmente arrivano e formano le squadre, nessuno lo sceglie e lui si ritrova seduto in panchina a guardare. Nonostante ciò, l’attesa e la solitudine non lo scoraggiano perché Augusto è un bambino pieno di risorse.
Così comincia Augusto Finestra, uno spettacolo che racconta di come i bambini, quando vengono “lasciati in panchina”, possono reagire affidandosi alla propria fantasia, immaginazione e bontà d’animo. Nessuno l’ha scelto per giocare, ma questo non gli fa perdere il sorriso e la fiducia negli altri perché ad Augusto piacciono le fiabe e così si diverte a immaginare e interpretare tanti personaggi. Tra i suoi preferiti ci sono quelli meno conosciuti, come l’ombra di Peter Pan, il Leprotto Bisestile di Alice nel paese delle meraviglie, le sorellastre di Cenerentola, o i cattivi: la strega, il lupo e l’orco. Insomma, le cosiddette spalle.
Su quella panchina c’è tanta solitudine, la stessa di molti bambini che quotidianamente vengono messi a margine e a cui non viene data attenzione, se non in senso negativo, in quanto “strani”. Ma per il nostro anti-eroe attendere il proprio turno non è un problema, perché è un bambino creativo, pieno di speranza e che cerca la relazione con l’altro in modo non violento e sincero.
E questa gentilezza, in realtà, non passa del tutto inosservata: Augusto non è veramente solo, ha una migliore amica, una bambina di nome Beatrice, che in lui vede e apprezza tutta l’originalità, la fantasia e la delicatezza.
Molto dolore per nulla
Di e con Luisa Borini | Disegno luci Matteo Gozzi | Progetto sonoro Leo Merati | Abito Clotilde Official | Produzione Atto Due
Una donna che sono io, ma anche no, ma poi in fondo cosa cambia? Una lista di liste ossessive, come ossessivo è il nodo al cuore (e allo stomaco) di tutta la storia: il bisogno di amore e il terrore di restare soli. La storia di una ragazza che in nome dell’amore, immaginato e desiderato, è sempre stata disposta e pronta a tragicomici e impavidi slanci, a folli voli che presagivano poco di buono ma da tentare comunque ad ali spiegate e il sorriso sulle labbra. Fino ad uno in particolare. Un volo, in tutti i sensi, che ha segnato un punto di svolta e una rinascita.
Mi sembrava giusto raccontare questa storia senza particolari elementi scenici, se non un filo molto lungo e un microfono. Il microfono è per me una maschera che racconta e vende la parte migliore di noi, dell’altro e della relazione, a noi, all’altro e per difendere la parola insieme.
Le maschere però possono scivolare per sbaglio, sfuggire per disattenzione o addirittura cadere per scelta, anche perché dopo un po’ pesano, in primis su chi le indossa. E può succedere di restare nudi, a voce libera, lì dove non si voleva o poteva vedere, dove non si sapeva, dove forse si intuiva, dove si ha che fare con la parte più oscura. Lì dove si è da soli. E proprio quello di cui si aveva così terrore diventa una realtà. E ancora una volta si può scegliere se e cosa guardare. Un racconto che, come le relazioni stesse, compie un viaggio inaspettato: si parte con qualcosa che può richiamare, assomigliare o addirittura stonare la stand up comedy, si attraversa la narrazione e poi… non so.
Per un raperonzolo
Di Francesca Giacardi, Maria Teresa Giachetta e Antonio Tancredi | Drammaturgia e regia Antonio Tancredi | ConFrancesca Giacardi e Maria Teresa Giachetta | Scene e costumi Valentina Albino | Assistente scene e costumi Silvia Guidetti | Tecnico di scena Nicola Calcagno | Produzione Cattivi Maestri Teatro
È uno spettacolo che offre una rilettura originale della celebre fiaba dei fratelli Grimm, mettendo in luce dettagli, particolari, sfumature di una storia profonda e unica che da secoli incanta generazioni di lettori.
Protagoniste sono due cuoche che, tra ortaggi e mestoli, ricostruiscono la storia di Raperonzolo con parole, gesti e oggetti. La messa in scena utilizza un linguaggio visivo e narrativo fresco e avvincente, adatto ad un pubblico di tutte le età.
La storia di Raperonzolo, dietro uno schema semplice e comune a tante fiabe che hanno come obiettivo ultimo di nutrire la speranza e la resilienza di chi le ascolta e curarne le ferite, racconta le difficoltà del percorso di crescita personale e delle sue tappe evolutive in cui sono messi in gioco la libertà e la formazione della propria identità. La protagonista della nostra storia, Raperonzolo, si ritrova ad essere prigioniera a sua insaputa, a dover accettare una formazione che informa e che non libera. Eppure troverà la forza per proseguire nel proprio cammino, diventando così una specie di simbolo di resilienza e resistenza, non abbandonando mai, anche nei momenti più oscuri, quella speranza, che non è accettazione di un’oscura provvidenza, ma l’essenza stessa della vita.
La partita non è ancora finita
Di e con Marco Mittica | Musiche Fabio Biaggi | Voce Chiara Bonfrisco | Regia Matteo Bartoli | Produzione On Arts
Il progetto è stato realizzato per ricordare le stragi del 1992. Stragi che hanno coinvolto in primis Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, eroi del nostro tempo che hanno perso la vita per difendere la libertà di tutta la nostra nazione non solo quella della terra Sicilia. La partita non è ancora finita è il racconto, attraverso la metafora calcistica, e attraversata dai ogni di un bambino, di come i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino abbiano affrontato la partita contro la criminalità organizzata.
La partita non è ancora finita è il racconto, attraverso la metafora calcistica, e attraversata dagli occhi di un bambino, di come i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino abbiano affrontato la partita contro la criminalità organizzata. È la necessità, attraverso l’intreccio tra le figure dei due giudici e la vita comune di un bambino che gioca al pallone con i suoi amici, di individuare nell’infanzia il terreno fertile in cui devono attecchire le regole del rispetto e dell’onestà. È il tentativo, attraverso un linguaggio semplice e il rimando al gioco del pallone, di far sentire vicine e comuni queste due figure che erano straordinarie, ma umane, e combattevano per diritti sacrosanti. È la speranza che, a trent’anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, la partita non sia ancora finita. Un percorso che parte nel 1985 quando i due giudici vennero portati d’urgenza sull’isola dell’Asinara, fino alla sentenza della Cassazione di quel terribile 1992. Un percorso pieno di vittorie e di “sgambetti” ricevuti dai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Elsa Morante un canto per gli ultimi
Regia e drammaturgia Natasha Czertok | Dramaturg Michele Pascarella | Voci e musiche Bruno de Franceschi | Sound design Luca Venturini | In scena Natasha Czertok, Frida Falvo, Chiara Parolo | Musica dal vivo Chiara Parolo | Voce registrata Horacio Czertok | Aiuto regia Noemi Petrone | Costumi Maria Ziosi | Produzione Teatro Nucleo
Elsa Morante: un canto per gli ultimi
nasce come un attraversamento appassionato dell’opera e della visione del mondo di una delle voci più radicali del Novecento italiano. In scena, la sua parola diventa materia viva, corpo che pulsa, canto che tenta di dare volto e dignità a tutte le creature marginali che popolano i suoi libri: bambini fragili, madri ferite, amanti senza patria, sognatori incalliti.
La drammaturgia intreccia testi, lettere e frammenti narrativi, restituendo una Morante intima e politica, fragile e ferocemente lucida. Non interpretiamo Morante, ma ci lasciamo abitare da lei, offrendoci come canali di una voce che ancora oggi interroga e inquieta.
La scena è essenziale. È spazio dell’ascolto, dove il pubblico è invitato a farsi complice e testimone. Lo spettacolo diventa così un atto poetico e civile: un rito laico che celebra la potenza trasformativa della letteratura e la sua capacità di illuminare le zone d’ombra della storia. Un canto, appunto: fragile e luminoso. Perché gli “ultimi” di cui parla Morante non sono figure del passato: sono presenze che continuano a bussare, a chiedere cura, sguardo, memoria.
Antigone – Esercizi di democrazia
Con Nadia Casamassima | Regia Andrea Santantonio | Illustrazioni Vincenzo Suscetta | Produzione IAC Centro Arti Integrate
La storia è risaputa, sempre uguale. Nonostante il divieto del re Creonte, Antigone decide di seppellire il fratello Polinice, morto insieme al fratello Eteocle, in una battaglia fratricida. La punizione è inevitabile, essere rinchiusa in una grotta. Antigone si uccide, si uccide il suo fidanzato Emone.
Gli spettatori e le spettatrici ascoltano la narrazione della storia di Antigone, ma ad un certo punto, toccherà a loro fare delle scelte, decidere che direzione prendere e trovare le parole per mandare avanti la storia. E così il pubblico divenuto Coro può decidere se aiutare Antigone a seppellire il fratello o se sostenere Creonte nella punizione inevitabile.
Un esercizio di scelta individuale e collettiva, scegliere da che parte stare e come agire. Una riflessione eterna, come il mito, sull’esercizio del potere, la ribellione della giovinezza, la forza dell’amore e della morte.